Il nostro gruppo con la guida Jimmy e la sua Toyota

Il Salar de Uyuni, la Bolivia delle meraviglie

Il salar de Uyuni

Il freddo paralizza mani e piedi, il sale scrocchia sotto le suole delle scarpe a ogni passo, le ombre si allungano a dismisura sul bianco a mano a mano che la sfera del sole si fa strada, sempre più grande, come l’emozione e l’impazienza, all’orizzonte: l’esperienza dell’alba al salar de Uyuni è forse una delle più maestose che io abbia mai sperimentato in viaggio. Uno spettacolo primordiale, circondati dal bianco abbacinante del lago di sale più grande al mondo. Una sensazione costante: quella di non essere che un atomo in balia delle forze della terra.

Due fuoristrada sulla distesa di sale del salar de Uyuni
In attesa del sorgere del sole sul Salar de Uyuni

Più prosaicamente, il salar de Uyuni è una distesa di sale grande quanto l’Abruzzo, di origine preistorica (nacque dalla scomparsa del lago Minchin), nella Bolivia del sud, a un’altitudine di oltre 3.600 metri. Lo strato di sale è spesso più di dieci metri e nasconde la riserva di litio più grande al mondo. La superficie è ricoperta da esagoni che sembrano tutti uguali che compongono un gigantesco mosaico candido. Stando alla spiegazione della nostra non loquacissima guida, le forme geometriche sono dovute alla presenza di diversi metalli che per qualche motivo si spostano in modo preciso.  Ci si arriva quasi esclusivamente con i tour organizzati, i fuoristrada si danno appuntamento al gelo delle 4.30 del mattino (noi siamo partiti da un hotel di sale nuovo nuovo e molto accogliente) per arrivare in tempo per il sorgere del sole. Può fare molto molto freddo ma l’attesa è ripagata. Alla luce del giorno si riesce a percepire la grandezza del salar e l’incredibile precisione con cui la natura lo ha diviso in moduli tutti uguali. E’ un deserto a tutti gli effetti, un luogo piuttosto estremo dove è meglio non perdersi (ma andandoci in tour è praticamente impossibile), nonché una tappa iconica della Dakar. Ci si può concedere una passeggiata sul manto bianco, sentendo sotto i piedi il rumore dei cristalli di sale che si spezzano o regalarsi qualche foto buffa sfruttando gli spazi e la prospettiva. Instagram è pieno di foto e video realizzati proprio nel salar, col nostro gruppo abbiamo cercato di fare altrettanto, ci siamo divertiti moltissimo.

L’isla Incahuasi

All’interno di questo mare di sale sull’altipiano andino esistono diverse isole. La più famosa è l’Isla Incahuasi, che lascia senza fiato. E’ ricoperta di cactus centenari, alti oltre dieci metri: considerando che crescono di un centimetro all’anno, il calcolo è presto fatto. Una camminata fino alla cima dell’isola, sbucando in un’area sacra dedicata alla pacha mama (madre terra) permette di allargare lo sguardo sul salar, per godere del contrasto tra il mare bianco del sale, che riflette in modo violento la luce del sole, e queste piante antiche. Senza sapere di essere circondati dalle Ande, potrebbe sembrare davvero di trovarsi in mezzo a un mare color latte. La parola che più di tutte mi sembra possa descrivere il panorama del salar è potenza. La potenza e la pazienza della pacha mama, che milioni di anni fa ha prosciugato il lago, creato la distesa di sale, e lentamente, lontano dagli occhi dell’uomo, ha fatto crescere millimetro dopo millimetro i cactus che sfidano il freddo e la “salitudine”. 

Il sorgere del sole al salar di Uyuni
Vista sul salar dall’Isla Incahuasi
La nostra guida mentre prepara la colazione sui tavoli di sale

Come arrivarci

Il nostro tour boliviano di tre giorni  è stato organizzato da Prisma Andino, un tour operator di San Pedro de Atacama, in Cile, gestito da un italiano, Gabriele, e, al momento della nostra partenza, anche dal simpaticissimo Amerigo, suo padre. Ma a San Pedro de Atacama esistono decine di agenzie che organizzano tutte più o meno lo stesso tour con le stesse tappe. Il salar è l’ultima tappa, quella più scenografica, ma nei due giorni precedenti si ammirano altri capolavori della natura, come lagune, fenicotteri, rocce modellate dal vento e villaggi boliviani poverissimi. A tutto ciò penso di dedicare un post a parte, magari con più foto che testo. Se si sceglie il tour più economico (all’incirca 200 euro per il tour andata e ritorno, tutto incluso) si dorme anche in posti caratteristici, se per caratteristici vale – oltre al bell’hotel di sale – anche il rifugio a oltre 4000 metri di altezza NON RISCALDATO. Un’avventura nell’avventura, grazie al vino, al mate di coca e ai compagni di viaggio.

Il culmine del tour, come detto, è il salar e poi la cittadina di Uyuni, che grazie al turismo è passata in dieci anni da 10mila a 30mila abitanti. Qui, mi spiegava un’altra guida, ex insegnante reinventatosi driver, ormai si vive di stranieri e di quinoa. Tanto è vero che il governo sta pensando di realizzare un sistema di riscaldamento delle strutture ricettive sfruttando l’energia geotermica. “Perché ci rendiamo conto che quello che offriamo qui non è ai vostri standard”, ha detto la guida, sempre col sorriso. E lì ho pensato all’amarezza di quel bivio, che però i boliviani hanno già imboccato nella direzione del progresso: rimanere poveri ma autentici o inseguire la ricchezza portata da europei, americani, australiani, asiatici, “alzando gli standard”.

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