Viaggio al termine della notte

Ho sviluppato un’insofferenza, credo definitiva, per le pubblicità. Nauseabonde
in particolare sono quelle di auto o compagnie telefoniche che vendono “sensi
della vita”. Fatico davvero a concepire messaggi più puerili e idioti. Ho una
sincera, umanissima, pena per chi si trova a fare quel lavoro. A scongiurare il
lancio di oggetti verso lo schermo arrivano, come lenitive, le perfette parole di
“Viaggio al termine della notte” di Céline (il celeste) che sonnecchiano nelle
mie memorie ma si ridestano: “Commercio su commercio, questo cancro del
mondo, sfolgorante nelle réclames ammiccanti e pustolose. Centomila menzogne
farneticanti”. Più recentemente l’italo-argentino Ernesto Sabato, nel suo
preziosissimo e gentile Prima della fine: “Prima dovremo accettare di aver
fallito, altrimenti saremo trascinati di nuovo dai profeti della televisione, da chi
cerca la salvezza nella panacea dell’iper-sviluppo. Il consumo non è un sostituto
del paradiso (…). La volgarità con cui si disprezzano i sentimenti più nobili (esattamente quello che fa la pubblicità, ndr) degrada l’uomo trasformandolo in
una patetica caricatura, in un essere irriconoscibile nella sua umanità”.

“Viaggio al termine della notte”. Un libro che andrebbe letto già solo per il suo titolo, senza saperne nulla più. Che visionario questo “pazzo” medico francese. Un profeta
capace di vedere lucidamente il disastro culturale verso cui viaggiava il mondo.
Che tutto lo sfascio a venire aveva presagito. Non solo la guerra (e con l’orrore
della seconda amoreggiò) ma l’implodere ancora in pieno corso di questo
castello di presuntuosa idolatria di tecnica, ragione e denaro. “Quell’ottimismo
tecnocratico che ci ha portati sull’orlo dell’abisso” scriverà Sabato. “Non ci sono
più pazzi, è morto quell’uomo della Mancia, quel bizzarro fantasma nel deserto.
Tutti sono savi, terribilmente, mostruosamente savi” si rammarica il poeta
spagnolo Luis Felipe.

Ma no, per fortuna di pazzi ne sono nati ancora. Ne nascono e ne nasceranno. Pirotecnica e provvidenziale la violenza sulla lingua, praticata da Céline, una rinascita. Una vecchia signora che ballava il liscio che si ritrova all’improvviso ragazzina a danzare note giovani e ardite. Diventerà quasi oltraggioso per chi legge quell’uso esasperato dei puntini di sospensione nelle ultime opere, così cupe e introverse. Ma quale energia in quell’opera quasi giovanile, scritta quando Céline era bello, brillante, astro in ascesa. Viaggi nel libro ce ne sono di veri. In Africa prima, in America poi. Dell’Africa non avrete
descrizioni di meravigliosi paesaggi. Ma saprete esattamente com’era essere lì.
Cosa vivrebbe il vostro corpo, cosa sentirebbe la vostra anima. Le pagine che si
svolgono negli Stati Uniti tolgono il fiato. Così dense, oscenamente vere,
impietose. Racconti di chi vede per davvero. Disperate e, in fondo, dolci. Ma è,
naturalmente, fondamentalmente un viaggiare dell’anima. Tra abissi, vette, deserti, mari.

Quello di Sabato è molto semplicemente il viaggio di una vita. Poiché questa è una strampalata e inconcludente recensione intrecciata, leggeteli, leggeteli entrambi questi libri. Amari, diversi ma salvifici. I pessimisti che non rinunciano a combattere sono veri e poetici eroi. Gente che vivendo insegna a vivere. Che si carica sulle spalle pesi che sgravano un poco il nostro cammino. E che indicano i sentieri da evitare.

 

Mauro

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